Il Ciad è diventato lunedì 27 luglio il quinto Paese ad avviare l’uscita dalla Corte penale internazionale (Cpi) negli ultimi mesi, dopo Venezuela, Burkina Faso, Mali e Niger. L’annuncio arriva a pochi giorni dal voto con cui, il 24 luglio, 82 dei 125 Stati membri della Corte hanno destituito il procuratore capo Karim Khan per grave cattiva condotta, aprendo una fase di incertezza sulla ricerca di un successore in un contesto segnato dalla campagna diplomatica statunitense contro il tribunale dell’Aja.

Il governo ciadiano ha motivato la propria scelta con un bilancio giudicato “limitato e disomogeneo” della Corte in oltre vent’anni di attività, sottolineando che nove dei tredici procedimenti aperti dal tribunale riguardano Stati africani e che, delle sette persone attualmente in custodia, sei sono coinvolte in casi relativi al continente. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, la decisione di N’Djamena sarebbe arrivata dopo che Washington aveva sollecitato il Ciad a riconsiderare la propria adesione allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte.

La destituzione di Karim Khan e le accuse

Khan, avvocato britannico di 56 anni, era stato eletto procuratore della Cpi nel 2021 per un mandato di nove anni. Le accuse di cattiva condotta, riferite a un rapporto ritenuto inappropriato con una giovane collaboratrice dell’ufficio del procuratore, erano emerse pubblicamente nella primavera del 2025. Su richiesta della Corte, l’Ufficio dei servizi di supervisione interna delle Nazioni Unite ha condotto un’indagine esterna a partire dal novembre 2024, mentre Khan si è messo in aspettativa volontaria dal maggio 2025, lasciando la guida dell’ufficio ai due vice procuratori. Nel marzo 2026 un collegio di tre esperti giuridici incaricato di valutare le conclusioni dell’indagine ha stabilito, secondo quanto sostenuto dai legali di Khan, che gli elementi raccolti non erano sufficienti a dimostrare una violazione dei doveri d’ufficio. Nonostante questo parere, l’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati parte ha deciso l’8 giugno, a maggioranza qualificata, di sospendere Khan con effetto immediato e di rinviare il caso a una sessione straordinaria dell’Assemblea.

Il 24 luglio, riunita a New York, l’Assemblea ha votato la destituzione di Khan con 82 voti favorevoli, 13 contrari e 15 astensioni, a fronte di una maggioranza minima richiesta di 63 voti. La presidente dell’Assemblea, Päivi Kaukoranta, ha annunciato che gli Stati membri hanno ritenuto che Khan avesse commesso “una grave cattiva condotta e una grave violazione dei doveri d’ufficio”. Khan continua a respingere ogni accusa e, tramite il suo legale Tayab Ali, ha annunciato che contesterà la decisione attraverso tutti i mezzi legali disponibili. La vicenda si intreccia con le indagini della Corte sulla guerra a Gaza: nel novembre 2024 Khan aveva richiesto mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant e di tre esponenti di Hamas. I sostenitori di Khan ritengono che le accuse di cattiva condotta siano state usate anche per indebolirlo politicamente, mentre la rappresentanza palestinese all’Aja ha respinto questa lettura, definendo il voto una decisione non legata ai procedimenti in corso.

La pressione statunitense e l’ondata di ritiri dalla Corte

Sullo sfondo della vicenda Khan pesa la campagna avviata dall’amministrazione Trump contro la Cpi, che Washington considera una minaccia alla propria sovranità. Con un ordine esecutivo del febbraio 2025, gli Stati Uniti, che non sono membri della Corte, hanno imposto sanzioni contro Khan e altri funzionari del tribunale in relazione ai mandati di arresto per Israele. Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato all’inizio di luglio una nuova campagna diplomatica per “smantellare pezzo per pezzo” la Cpi, e alcuni funzionari statunitensi hanno riferito a Reuters di valutare pressioni su altri Paesi affinché si ritirino dallo Statuto di Roma.

In questo clima, il numero degli Stati che hanno avviato la procedura di uscita è salito a cinque negli ultimi mesi. Burkina Faso, Mali e Niger, i tre Stati saheliani guidati da giunte militari, avevano annunciato congiuntamente l’intenzione di lasciare la Corte nel settembre 2025, definendola uno strumento di “repressione neocoloniale”, e hanno formalizzato la notifica di recesso alle Nazioni Unite all’inizio di luglio 2026, un passaggio che avvia un periodo di attesa di un anno prima che il ritiro diventi effettivo. Il Venezuela, dove la Corte conduce un’indagine per presunti crimini contro l’umanità legata al governo precedente, ha avviato la procedura di recesso il 24 luglio, lo stesso giorno della destituzione di Khan, denunciando quella che il governo ha definito una distorsione geografica nell’attività della Corte. Entrambi gli Stati, come il Ciad, hanno accusato il tribunale di concentrarsi in modo sproporzionato sui Paesi non occidentali.

Le reazioni europee e la ricerca del nuovo procuratore

Diversi tra i principali sostenitori della Corte, tra cui l’Unione europea, i Paesi Bassi, che ospitano il tribunale all’Aja, e il Giappone, uno dei maggiori finanziatori, hanno espresso sostegno all’istituzione e preoccupazione per la posizione statunitense, senza tuttavia annunciare misure concrete a suo sostegno. I Paesi Bassi avevano peraltro dichiarato pubblicamente, prima del voto, di appoggiare la rimozione di Khan, pur ribadendo l’impegno per il funzionamento della Corte. Anche la Francia aveva reso noto di votare a favore della destituzione.

Con la rimozione di Khan si apre ora un processo elettorale per la nomina di un nuovo procuratore capo, che secondo l’Assemblea degli Stati parte non dovrebbe concludersi prima del 2027. Nell’attesa, l’ufficio del procuratore è guidato dai due vice, la fijiana Nazhat Shameen Khan e il senegalese Mame Mandiaye Niang. Diversi osservatori ritengono che trovare un successore sarà complicato proprio a causa delle pressioni statunitensi: la giurista Melanie O’Brien, docente di diritto internazionale all’Università dell’Australia Occidentale, ha dichiarato a Reuters che difficilmente qualcuno vorrà candidarsi “a una posizione così esposta, sapendo che verrà automaticamente sanzionato dagli Stati Uniti”. Nei prossimi mesi l’Assemblea dovrà definire la procedura per l’elezione, dopo le critiche di numerosi giuristi sulla scarsa trasparenza del processo che ha portato alla destituzione di Khan.

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